Per un’Europa unita, solida e solidale.

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Il mio intervento in aula sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio del 17 Febbraio in vista del Consiglio Europeo del 19 e 20 Marzo 2016.

Il dibattito di oggi in quest’aula riflette quello che si tiene ormai da alcune settimane sulla posizione dell’Italia nei confronti dell’Unione europea. Essa è stata da qualcuno analizzata come una posizione che non difende né l’interesse italiano, perché troppo conflittuale e quindi isolata, né aiuta la progressione del cammino di integrazione europeo.

Vi è poi chi considera, in modo diametralmente opposto, la posizione del Governo come ‘troppo europeista’. Sono le forze politiche che fanno di una confusa difesa della sovranità nazionale il proprio programma, speranzosi in tal modo di raccogliere consenso facendo leva sulle difficoltà intrinseche a questo momento storico.

Noi pensiamo, invece, che in premessa di questo dibattito, vada anzitutto chiarita una cosa:  l’interesse nazionale italiano non è in contrasto con l’interesse comune europeo. I due viaggiano affiancati, incapaci di essere concepiti isolatamente. Non esiste la possibilità di difendere l’interesse nazionale italiano al di fuori del perimetro rappresentato dall’interesse comune europeo, e non è immaginabile un’Europa che faccia a meno del contributo politico e finanziario del nostro Paese, che dello spirito europeista è stato dapprima visionario promotore, poi costante portatore e, infine, strenuo difensore.

Giusto, dunque, il proposito di influire con dinamismo e determinazione sul processo decisionale europeo. Bene che l’Italia abbia oggi un Governo libero e liberato da ogni complesso, capace di fare luce, dopo gli anni bui dei governi di destra, per riproiettare l’Italia sulla scena europea ed internazionale. Piace questa “Italia ambiziosa”, che si presenta determinata alle riunioni del Consiglio europeo, per offrire una visione di lungo periodo che l’Europa, l’euro e gli europei attendono da anni.

Questa visione si concretizza, in fondo, in tre semplici aggettivi: Europa unita, Europa solida, Europa solidale.

Quello dell’Europa unita, dell’Unione, è un progetto che abbiamo realizzato all’inizio degli anni ’90, proprio per rispondere alle nuove sfide economiche e politiche che la realtà globale ci imponeva. Vent’anni dopo, a fronte di sfide ancora più difficili, non è pensabile di fare passi indietro.

Per questo dobbiamo fare di tutto per impedire pericolosissimi precedenti, come l’uscita dall’Unione di un grande Paese come la Gran Bretagna. Il motto della casa europea è “uniti nella diversità”. Non è mai sfuggito che si tratti di un proposito ambizioso, che richiede la costante ricerca di un difficile equilibrio in continua evoluzione. La soluzione non poteva e non può essere l’adozione di misure in favore di un Paese solo. Serviva un punto di equilibrio che travalichi i meri interessi britannici e che, senza emendare i Trattati, consenta di interpretarli lasciando la libertà a ogni Stato membro di aderire ai livelli più avanzati di integrazione. Il Governo italiano ha molto contribuito alla ricerca e alla definizione di questo punto di equilibrio, che incontra le richieste del premier Cameron senza dimenticare la difesa del nucleo e del patrimonio essenziale contenuto nei Trattati.

Ma la difesa dell’unità europea non passa soltanto per lo sforzo di evitare la fuoriuscita britannica. Un altro spettro si agita sul continente e mina una conquista fondamentale dell’acquis dell’Unione: Schengen. Un’Unione che ripropone i confini al suo interno non è un’unione. Per questo, rifiutiamo con determinazione ogni iniziativa solitaria. Contrastiamo ogni proposta di un ritorno alle frontiere interne. Questo minerebbe non non solo l’unità nel continente. Non solo i vantaggi del mercato interno, ma anche il valore fondamentale della solidarietà, all’interno dell’Europa – tra gli Stati membri – e nelle relazioni esterne, verso i Paesi che stanno vivendo la più grande crisi umanitaria degli ultimi sessant’anni.

Richiamiamo i nostri partner al rispetto e all’implementazione dell’agenda sui migranti dell’Unione. Approvata ormai quasi un anno fa, essa non può essere considerata una mera dichiarazione d’intenti. Siamo stati e continuiamo ad essere disponibili ad aggiornarla, se necessario, perché è pur vero che la situazione si è ulteriormente evoluta negli ultimi dieci mesi. Ma lo ribadiamo con forza: tradire il valore della solidarietà, interna ed esterna, non è la soluzione. Il filo spinato lungo il perimetro degli Stati europei, non è il modo per difenderne l’interesse nazionale. È solo un’illusione!

Nessun paese europeo da solo può oggi pensare di affrontare in modo completo e con la possibilità di un risultato le grandi questioni di politica estera: dalla fine del conflitto sanguinoso in Siria, alla vicenda libica, alla fragilità degli stati africani. E questo vale in particolare per gli Stati più piccoli, che ancora più degli altri possono trarre beneficio da un’Unione dotata degli strumenti per difendere i propri confini esterni e capace di incidere nella soluzione delle crisi internazionali.

Certo, si può e si deve mettersi a disposizione. Offrendo i propri strumenti e le proprie competenze nazionali, mettendole al servizio attivo per la ricerca di una soluzione. È quello che stiamo facendo, come Italia, per la vicenda libica. Ma, soprattutto in contesti frammentati e policentrici come quelli della scomposizione degli stati nel Mediterraneo, da soli non si riesce ad essere incisivi. Occorre invece assicurare all’Alto Rappresentante Federica Mogherini un mandato forte e chiaro.

Concludo richiamando il terzo aggettivo che ho menzionato: quello di un’Europa solida. Esso è al contempo un punto di partenza e un punto di arrivo per l’Unione. Non mancano purtroppo le spinte per indebolire alcune delle conquiste di questi anni: dall’azione della Bce, al ruolo del Parlamento europeo, alla graduale politicizzazione della Commissione. L’Italia lavora nella direzione opposta. Lavoriamo per il rilancio dell’Unione, per un rinnovamento radicale del suo modo di agire e per lo sviluppo di un’unione di politiche e investimenti per la quale sono indispensabili nuovi strumenti, come un vero e proprio sistema di risorse proprie del bilancio comunitario e titoli europei a sostegno di investimenti.

Chiedere quindi più presenza dell’Europa, chiedere agli Stati membri e alla Commissione di fare di più, di muoversi in modo più coordinato, di abbandonare una visione burocratica e di adottare una visione strategica, non è fare un attacco all’Europa. Ma è dire che abbiamo bisogno di più Europa, di più coordinamento, di maggiori strumenti messi in comune, di una discussione più estesa, anche aspra, ma che arrivi a delle conclusioni. I compromessi al ribasso, poi non rispettati, sono rischiosi, perché non danno le risposte di cui abbiamo bisogno e minano il futuro dell’Europa.

Dall’Europa discende il nostro futuro. Di questa convinzione, il centrosinistra ha opportunamente fatto un tratto della sua identità più profonda, consapevole di come l’interesse europeo abbia incontestabilmente una natura eterogenea, ma anche il merito di sintetizzare i diversi interessi nazionali con benefici per tutti.

In questo modo leggiamo la posizione del Governo italiano rispetto all’evolversi e alle sfide attuali del processo di integrazione europea. E per questo lo sosteniamo.