Riflettere per ripartire: le lezioni da imparare dai nostri cinque anni di governo

Nel cercare di dare una spiegazione alla sconfitta elettorale subita dal PD alle elezioni politiche del 2018, si deve iniziare dal fatto che lo stesso partito, con lo stesso leader e gli stessi dirigenti nazionali sia riuscito in 4 anni a raggiungere il miglior risultato mai ottenuto dal PD (gli 11 milioni di voti conquistati alle europee del 2014) e il peggior risultato mai ottenuto dal PD (i 6 milioni di voti delle politiche). Per evitare una lettura della sconfitta che attribuisca tutte le responsabilità a una persona sola, o per evitare giudizi che stravolgano quello che siamo e ci riportino a ricette che il PD ha scelto di superare anni fa, dobbiamo guardare a questi 4 anni e a quei 5 milioni di voti persi: lì dentro ci sono gli errori dai quali imparare e le idee da cui ripartire.

Il PD come forza di cambiamento

Il PD è nato con “la ragione la missione e il senso” di “fare un’Italia nuova”, come disse Veltroni battezzando il nuovo soggetto politico al Lingotto nel 2007. In fondo, la modernizzazione del Paese è stata il cruccio e la caratteristica della proposta politica di tutti i tentativi di governo del centrosinistra della seconda Repubblica e il PD è stato fondato proprio perché questo sforzo non poteva essere portato a compimento da coalizioni disomogenee e litigiose.

La crisi del 2008 ha acuito l’urgenza di riforme che permettessero all’Italia di stare al passo con i cambiamenti della contemporaneità e ha aumentato nei cittadini italiani la consapevolezza che l’Italia, con le sue stratificazioni di norme, i potentati locali, l’amministrazione pubblica in gran parte inefficiente, i tanti livelli amministrativi in conflitto tra loro, fosse in ritardo rispetto alla contemporaneità. Per questa ragione, in tanti hanno seguito con fiducia e aspettativa l’impegno di Matteo Renzi per modernizzare l’Italia, prima come candidato delle primarie del 2012, poi come segretario del PD dal dicembre 2013 e infine come primo ministro dal febbraio 2014.

La fiducia e la speranza con cui gli italiani si sono rivolti al PD nel maggio 2014 alle elezioni europee sono state una conferma di questo sentimento collettivo: c’è stato un momento in cui il PD è stato visto come una forza di cui fidarsi,  a cui affidarsi, a cui dare un mandato perché si impegnasse ad affrontare i tanti ritardi strutturali dell’Italia, senza la paura di scontentare poteri locali o interessi consolidati.

In quel momento, il PD è stato più vicino a quello che abbiamo immaginato quando lo abbiamo fondato: un soggetto largo, plurale, la cui leadership era contendibile; una squadra di governo; e poi delle proposte di riforma molto chiare. La visione era che l’Italia avesse bisogno di alcune riforme di sistema che incidessero laddove i meccanismi di governo del Paese si erano inceppati o non erano più al passo con i tempi. Così è stata la proposta di riforma costituzionale, la cui necessità era peraltro condivisa da molti costituzionalisti e dalle altre forze politiche. Così il pacchetto del Jobs Act, necessario a superare in modo strutturale l’insopportabile dualismo di diritti e precarietà tra chi aveva un contratto a tempo indeterminato e chi si orientava a fatica in una giungla di contratti a tempo. Così la decisione di rilanciare i consumi partendo dai redditi più bassi, con il provvedimento degli 80 euro. Così l’intuizione di dover affrontare molti nodi da troppo rimandati: la pubblica amministrazione, la spending review, la scuola. Alla visione e alle proposte di riforme, il PD del 2014 affiancava anche una caratteristica che i partiti di sinistra hanno troppo spesso sottovalutato: una leadership chiara, determinata e coraggiosa, quella di Matteo Renzi, e una squadra di governo. Quelle persone sono state il volto di una proposta di cambiamento che è riuscita a convincere a votare per il PD il numero più alto di elettori mai conquistato.

La delusione

Si può dire che il voto del 2014 (tra l’altro in una competizione particolare come le europee), fosse un premio di incoraggiamento, un voto dato alle intenzioni, non a provvedimenti di governo. Che il risultato del 2018 sia dovuto al fatto che quando si governa si scontenta sempre qualcuno e che in Europa tutte le forze di governo hanno pagato il prezzo del governo. Si può dire che il PD ha pagato decisioni efficaci ma tardive sul fronte dell’immigrazione, come è anche accaduto a Angela Markel, che nel settembre del 2017 perde 9 punti soprattutto sulla gestione della crisi siriana. Che la sinistra europea è in crisi perché non ha saputo aggiornare il proprio messaggio alla globalizzazione, limitandosi a difendere i diritti conquistati senza porsi il problema di rinnovarli, come scrive Franco Cassano in “Senza il vento della storia”. Tutte cose in parte corrette.

Il risultato del 2018 è però ben più drammatico di un calo fisiologico dovuto alla attività di governo e alla crisi della sinistra occidentale, in Italia aggravata anche dalla scissione di LeU. Il risultato del 2018 è da leggersi come il segno di una profonda delusione dell’elettorato che ha creduto nel PD, se abbiamo convinto solo il 45% degli elettori che ci avevano votato nel 2013; se il 22% degli elettori del PD nel 2013 non è andato neanche a votare nel 2018 e il restante 33% ha scelto altri partiti.

Nei 4 anni di governo il PD ha purtroppo tradito le aspettative di chi si era rivolto a noi come forza di cambiamento. Gli italiani il 4 di marzo hanno deciso di cambiare i politici perché il PD non è sembrato capace di cambiare l’Italia. E gli italiani a questa tornata elettorale si sono orientati prevalentemente per forze che vogliono abbattere il sistema e danno risposte a questioni individuali, piuttosto che a forze che hanno un disegno di riforma del sistema.

Per noi la performance di governo è stata la migliore possibile date le condizioni (di coalizione, di scarsità delle risorse pubbliche) date. Ma il risultato dell’azione di governo “non è arrivato”. Il nostro sforzo per aggiustare l’Italia è stato percepito dalla maggioranza degli italiani come uno sforzo di facciata, un’azione controproducente se non dannosa (la valutazione che tanti hanno dato della riforma costituzionale), un tentativo interessato (la vicenda della banche su questo ha pesato molto). Più come un’ansia di “cambismo”, a tratti anche arrogante (“quelli prima di noi non avevano mai fatto nulla di simile”), che come un impegno a modificare nel profondo i ritardi strutturali dell’Italia. In molti casi è stato percepito come un’azione lontanissima dalle condizioni di difficoltà materiale in cui si trova ancora una parte rilevante del Paese.

Per salvare il tanto di buono che abbiamo promosso in questi anni, va quindi guardato a quanto abbiamo sbagliato e quanto potevamo fare meglio. In primo luogo, abbiamo creato troppe aspettative e fatto troppi annunci, tra cui quello di una riforma a settimana, non riuscendo a individuare priorità e non concentrandoci su quelle riforme che per essere condotte a termine avevano bisogno di capitale politico. Voler vincere tutte le (troppe) partite che avevamo sul tavolo ha significato alla fine perdere la guerra. Abbiamo sacrificato l’alleanza necessaria per portare a termine la riforma costituzionale per non concedere una mediazione sull’elezione del Capo dello Stato, buttando via l’unico vero risultato che avrebbe permesso di asciugare la sfiducia contro le istituzioni che alimenta i sentimenti antidemocratici e i partiti di protesta. Persino la più difficile, la più giusta e meglio pensata riforma della legislatura, il Jobs Act, è una riforma incompleta nella parte fondamentale delle politiche attive del lavoro (anche a causa del referendum costituzionale): in un certo senso si può dire che abbiamo reso il mercato del lavoro più dinamico, ma senza riuscire a creare meccanismi immediatamente funzionanti che aiutassero i lavoratori a trovare un altro lavoro e a sentirsi protetti.

In alcuni casi abbiamo promosso delle riforme senza la diagnostica adeguata. Un esempio è quello dell’intervento che abbiamo fatto sulla scuola. Certamente la chiave per rendere l’Italia un paese più giusto e più forte e certamente un ambito da toccare, se si considera uno dei problemi di scarsa competitività dell’Italia è certamente il poco investimento sulla formazione, e il conseguente mismatch tra competenze acquisite a scuola e quello che richiede invece il mercato del lavoro. Alla fine dell’esperienza di governo è emersa la necessità di riformare questo aspetto, anche attraverso un investimento sia sull’istruzione tecnica di secondo grado che attraverso maggiori risorse per finanziare la ricerca e l’innovazione. Mi chiedo se, avendo più chiaro quanto emerso durante l’esperienza di governo, avremmo fatto in modo diverso, ad esempio, la Buona Scuola.

Troppo spesso, i nostri sono stati tentativi di riforme percepite come dall’alto e divisive. Certo quando si cambia il modo di fare le cose si incontrano resistenze e contrarietà. Ma è possibile che nei tanti interventi fatti siamo riusciti solo in pochissimi casi a coinvolgere quei cittadini, quei dipendenti pubblici, quelle persone in cerca di lavoro che percepivano la necessità di una riforma? Abbiamo usato troppo spesso l’idea che facevano le riforme contro qualcuno (il sindacato, i consiglieri regionali, i furbetti del cartellino) e non a beneficio di qualcuno (i giovani che entrano nel mercato del lavoro, i cittadini che si aspettano un servizio pubblico più vicino, gli elettori che vorrebbero un sistema di governo più chiaro e responsabile). Il che non significa che quello che abbiamo fatto sia sbagliato, ma che abbiamo indebolito fortemente il fronte di chi avrebbe potuto aiutarci in questa legislatura a difendere i risultati del governo.

Infine, ha pesato l’aver sottovalutato i tanti punti critici, in conflitti generati dalla modernità: le diseguaglianze crescenti, gli effetti del progresso tecnologico che hanno creato continue richieste di protezione rispetto a un futuro imprevedibile e spesso percepito come pericoloso più che foriero di opportunità.

E non possiamo dire di esserci svegliati sorpresi il 5 marzo 2018. Ci erano arrivati molti segnali di scontento: dalla bassissima affluenza delle elezioni in Emilia Romagna, ai risultati negativi nelle elezioni regionali del 2015, alla sconfitta a Torino, Roma e Napoli e in tante altre città alle amministrative del 2016. Lo scenario che si è delineato sconfitta dopo sconfitta è quello che abbiamo visto compiutamente nel risultato del 4 marzo 2018: un M5S che prende gradualmente piede a sud, l’avanzata inesorabile della Lega al Nord, che si sostituisce in quella che tradizionalmente era la forza della sinistra, ovvero nel radicamento sul territorio e nelle amministrazioni locali. Il voto di opinione nelle città che non si rivolge più verso il PD, con l’eccezione di Milano. Nel corso di queste tappe intermedie, era già chiaro che gli elettori volevano segnalarci uno scontento, che poi si è tramutato nel “voto di castigo” come è stato definito da alcuni sondaggisti.

Il rischio mortale a cui ci siamo esposti come forza riformista è stato quello di passare come quelli che non sono riusciti ad aggiustare cose vecchie, quando c’è bisogno di inventare cose nuove. Per questo hanno trionfato proposte politiche molto più radicali.

Ed è un peccato, perché con Renzi il PD inizialmente è stato come lo avevamo immaginato: una vera forza maggioritaria perché plurale e riformista, coraggiosa e determinata, dalla parte dell’Italia e non degli interessi particolari.

E ora?

La sconfitta del 4 dicembre 2016 ha pesantemente ipotecato la possibilità di trasformare nel breve periodo l’Italia in una democrazia decidente, in una democrazia dell’alternanza, nella quale la competizione tra schieramenti avversi produce idee, proposte e decisioni di governo. Proprio quella idea di democrazia che è alla base del progetto del Partito Democratico. Proprio quella idea di democrazia funzionante che contrasta con lo spettacolo di una politica impantanata tra veti incrociati e debolezze relative che è quella che abbiamo visto nei mesi che hanno separato il voto dalla formazione del nuovo governo.

La sconfitta del 4 marzo 2018 invece assesta un duro colpo all’idea che il risanamento dell’Italia si possa fare attraverso riforme di sistema. L’idea di “fare una Italia nuova” che ha guidato l’esperienza del PD al governo non ha inciso in profondità nei tanti bisogni del Paese.

Le due sconfitte insieme allontanano l’Italia dal poter giocare quel ruolo di rilancio del progetto di integrazione europea.

A fronte di tutto questo, c’è ancora molto bisogno del PD: la sconfitta della riforma costituzionale non archivia la necessità di dare all’Italia istituzioni più efficienti, trasparenti e responsabili. Così come la sconfitta del 4 marzo 2018 non mette in soffitta il contributo che un partito riformista deve poter dare all’Italia. L’Italia resta un paese malato, bisognoso di riforme radicali e profonde, che difficilmente i populisti avranno la forza di immaginare al di là degli slogan e delle promesse facili.

La delusione che provano molti degli elettori che si sono fidati di noi è un buon sentimento da cui ripartire: indica che c’è stato un momento, un periodo nel quale siamo stati capaci di incarnare la speranza di un cambiamento per l’Italia. Lo siamo stati quando abbiamo avuto una leadership chiara, quando abbiamo avuto il coraggio di prendere di petto alcuni nodi strutturali dell’Italia. Questa volta, per andare avanti dobbiamo guardare indietro, agli errori commessi, a quello che ci definisce come partito, sia nelle regole che nei contenuti.

2018-08-07T19:45:23+00:00